03 settembre 2020 ~ 0 Commenti

Intervista a Jury Chechi

Un anno fa doveva uscire una bella intervista che ho fatto a Jury Chechi. Per problemi legati a uno sponsor non siamo mai riusciti a pubblicarla. Ma oggi la rileggevo e voglio condividerla con voi.

Quando ho raccontato ai miei amici che avrei intervistato Jury Chechi, all’unanimità tutti mi hanno detto: che bello, vorrei tantissimo incontrarlo, è una persona eccezionale. Dopo averlo conosciuto, posso dire che Jury è sì una persona speciale, ma ha anche tanto da insegnare agli sportivi e non solo. E se, per sua stessa ammissione, non sarebbe un bravo allenatore, traspaiono invece ad ogni risposta grandi insegnamenti, a partire dalla sua forza mentale. E’ proprio la forza mentale ad essere il fattore X che ha fatto di Jury il grandissimo campione olimpico che tutti conoscono, il migliore ginnasta di tutti i tempi: il “Signore degli Anelli”.  

Jury Chechi porta dentro di sé la consapevolezza del campione fin da bambino: in quarta elementare, ha scritto un tema in cui diceva che da grande avrebbe vinto le Olimpiadi. E’ impressionante, ma è così.

“Avevo le idee chiare, la mia è una passione che avevo cercato, da sempre. Ho fatto attività fisiche diverse, poi mia sorella faceva ginnastica e un giorno mia madre mi portò nella palestra dove si allenava: capii subito che quella era la mia strada. Ricordo i profumi della palestra, un po’ come quando uno si innamora. Ero mentalmente già pronto ad affrontare tutta la salita che mi aspettava, così dopo due anni da quando ho iniziato a fare ginnastica, ho scritto quel tema”.

Il tuo è uno sport fatto di disciplina mentale: come fa un bambino a trovare l’attitudine alla disciplina?

“Era ed è sempre stata una caratteristica dominante del mio carattere, ma non è una regola che a sette anni un bambino trovi la passione della sua vita e riesca a concretizzarla. Anzi, è molto raro che succeda, ma quello che dico io è che troppo spesso le persone dimenticano di seguire le passioni, dando priorità alle regole e al pragmatismo della vita. Le scelte tante volte vengono fatte per comodo: i figli degli imprenditori fanno gli imprenditori, senza provare a coltivare le proprie passioni”.

Un’altra caratteristica che contraddistingue Jury è l’umiltà, perché come spiega lui, ti permette di continuare a vincere. Ha imparato a sue spese, però, cosa voglia dire arrivare all’apice del successo, condizione che può essere un’arma a doppio taglio. 

“Se tu arrivi alla vittoria, quella che hai sempre sognato, la medaglia d’oro olimpica nel mio caso, pensi che arrivando lassù poi sia tutto più facile. Ma sbagli, fai un errore strategico grande: è tutta questione di umiltà e anche io, a un certo punto ho fatto l’errore di dimenticarmi di perseguire l’umiltà. Nel 2000 non ho potuto partecipare alle Olimpiadi di Sydney perché mi sono rotto il braccio durante gli allenamenti. In quel periodo ero al top della mia carriera, avevo già vinto l’oro ad Atlanta e sono convinto di essermi fatto male proprio perché non ho saputo fare un passo indietro: magari mi sono allenato un’ora in meno, perché avevo interviste, dovevo andare in tv, e ho dato importanza al successo più che concentrarmi ripartendo da zero per l’obiettivo delle Olimpiadi. Ora lo so, non è facile quando ti si aprono tutte le porte, rimanere umile, non montarsi la testa. Invece, se vuoi essere un vero campione, devi accettare che quando sei lassù non puoi mollare e anzi, devi dare qualcosa in più, anche perché gli altri non stanno lì a guardare, tutti vogliono vincere”.

Ma torniamo un attimo indietro, agli esordi, per capire quale è stata la strada che ha fatto Jury per arrivare ad allenarsi, a gareggiare e a vincere 2 medaglie olimpiche, 7 medaglie ai mondiali per non contare tutti i trofei europei e nazionali.

“Come dicevo, ho iniziato con la ginnastica, ma non subito con gli anelli, che sono oggettivamente uno dei sei attrezzi più difficili della mia disciplina. Li ho approcciati a dodici, tredici anni e all’inizio sugli anelli non ero bravo. Ma ero determinato ed ho avuto un ottimo maestro, il mio allenatore. Poi, già a quattordici anni sono andato via di casa, per allenarmi: da Prato dove sono nato, mi sono trasferito in Lombardia, perché in Italia all’epoca c’erano 2 centri federali, uno è a Roma ma io, da minorenne, potevo essere alloggiato solo nel collegio arcivescovile di Varese. Vedevo la mia famiglia due volte all’anno, è stato certamente un grandissimo sacrificio, specie per mia madre, che quando mi accompagnò, in auto pianse per tutto il viaggio”.

Allontanarsi per anni da casa è stata una scelta molto impegnativa e difficile ma era quella di un ragazzino che sapeva dove voleva arrivare, attraversando anche molte sconfitte e momenti duri. È questa la vita dei grandi atleti, vero?

“Gli atleti, nella loro carriera, è statisticamente provato, subiscono più sconfitte di quante vittorie possano vantare. Succede in tutti gli sport: anche nel tennis, basti pensare al grandissimo Federer, che per inciso, per me è un mito assoluto, sia come persona che come atleta. Ha perso molti più tornei di quelli che ha vinto. E’ normale e un atleta deve per forza accettare la sconfitta. Però posso dire che io, proprio perché non avrei potuto condividere le sconfitte con gli altri, ma solo gioire delle vittorie, non ho mai pensato di fare sport di squadra. Nel mio sport ci sono solo io e il mio attrezzo: non c’è avversario in campo. Vittoria o sconfitta, ma è sempre e solo mia. Questo concetto è molto vicino al mio carattere. Io o vincevo o imparavo qualcosa, ma non perdevo: condividere con altri questa cosa per me sarebbe stata una grande fatica”. 

Hai citato Federer, ma ci sono atleti che hanno in qualche modo influenzato la tua carriera?

“Ce ne sono due, entrambi con storie eccezionali alle spalle, a livello umano e sportivo. Uno, di cui mi raccontava mio padre, è Fausto Coppi: un uomo strepitoso, in tutto, con storia personale difficile e una carriera magnifica; l’altro è Mohamed Ali, che con una vita complicatissima è stato il vero campione di tutti i tempi, perché non ha mai mollato, ha sempre perseguito il suo obiettivo mantenendo salde le sue convinzioni. Questi due sportivi hanno fondamentalmente una cosa in comune: dietro l’atleta c’è la persona. Molti sportivi, di ieri e di oggi, sono solo grandi atleti”.

Un bellissimo insegnamento questo, da trasmettere anche ai giovani di oggi. Tu riesci ad essere un modello per i ragazzi?

“Non sono un buon allenatore, non credo di avere le caratteristiche umane per allenare altri ginnasti. Nel contempo però, spero di essere un buon padre. Ho due figli, Dimitri e Anastasia, di 16 e 14 anni. Il maschio pratica Judo a un buon livello, fa i campionati italiani, ma caratterialmente non è come me e sono felice di questo. Si impegna molto ma per lui la vittoria non è la cosa più importante; Anastasia invece ha il mio carattere, è determinata, ha in testa un obiettivo chiaro”.

C’è anche da dire, come hai detto tu, che è raro trovare un ragazzino così determinato da voler arrivare a vincere le Olimpiadi.

“E’ raro e complesso più è difficile lo sport in sé. Nella ginnastica occorrono tante caratteristiche per emergere davvero e una in particolare: bisogna essere costanti nei risultati, continuare a vincere nel tempo. In Italia abbiamo buoni atleti, che hanno vinto una medaglia o più ma che non continuando a vincere non diventano personaggi da seguire. Io ho vinto 5 mondiali e un oro olimpico, ho avuto anche infortuni e un percorso lungo, tutte cose che hanno aiutato a farmi conoscere. Poi il mio è uno sport selettivo, molto duro, ci si allena 6/7 ore al giorno, in palestra e fuori, con una vita contemplata solo per quello sport, abitudini e alimentazione comprese”. 

Hai parlato di complessità nella preparazione dei ginnasti: cosa mi dici del doping? 

“Il doping, per fortuna, c’è pochissimo nella ginnastica: è difficile trovare aiuti in sostanze chimiche utili a uno sport così tecnico, dove non c’è bisogno di resistenza ma di potenza immediata, calibrata. Non si ottengono risultati migliori con più forza, ma occorre bilanciarla attraverso la concentrazione mentale. Al di là di questo, credo comunque che il doping rimanga la peggior iattura dello sport: fa perdere credibilità e meritocrazia. Vincere barando non è vincere. Come fai a guardarti allo specchio ed essere orgoglioso di una vittoria ottenuta con il doping? Al di là dell’aspetto etico, poi, c’è la salute: qualsiasi sostanza che ti modifica e incrementa performance è un danno per l’organismo, mentre credo fermamente che lo sport debba essere fatto per stare bene”.

Jury Chechi quest’anno compie 50 anni, ma il suo fisico rispecchia perfettamente la sua disciplina, sport e abitudini sane fanno di lui un perfetto esempio di come l’invecchiamento dipenda dalle nostre abitudini di vita: alimentazione corretta, attività fisica costante e aiuti da integratori ‘tutti naturali, selezionati e controllati’ come specifica lui, per sostenere l’esercizio aerobico. “Nelle farmacie ci entro poco, ma solo perché mando altri al posto mio. Credo che sia fondamentale, oggi, avere l’opportunità di trovare il consiglio su prodotti che aiutino a stare meglio, anche come prevenzione. In ogni caso ricerco sempre l’assoluta qualità di ciò che assumo. Se vai a cercare aziende serie, che producono in Italia, è difficile sbagliare. Poi c’è gente che acquista su internet, sempre più spesso, affidandosi anche a siti poco sicuri e questo è un grande rischio”.

Tornando alla vita da atleta, alla domanda ‘quale è stata la vittoria più bella’ il re degli anelli dà una risposta tutt’altro che scontata, che poco ha a che fare con l’oro olimpico.

“La mia grande vittoria sono Dimitri e Anastasia. Sarò scontato ma nessun tipo di medaglia vale quanto loro. Da atleta, ho avuto una vita piena e bellissima, fuori dal comune, con grande appagamento. Però poi nascono due bambini e capisci che nella normalità, in una famiglia, se sei capace di gestire quello è quasi meglio che essere bravo a fare sport, compreso vincere le Olimpiadi. Se trovi la serenità in una vita eccezionale hai vinto”.

Oggi Jury trova la serenità in nuove passioni, che si è creato una volta interrotto il percorso agonistico: ha messo in piedi una azienda agricola dove produce vino e gestisce anche la sua Academy di ginnastica ma, ci tiene a precisare “non è una scuola per diventare campioni, a me interessa solo che i ragazzi si divertano facendo lo sport che gli piace”. Inoltre collabora con aziende che gli permettono di parlare ai giovani, comunicando messaggi di salute e di attenzione per il corpo, attraverso percorsi nutritivi corretti.

Parlando del passato, invece l’olimpionico è sicuro del suo percorso di vita: “Non ho rimpianti e non ho rimorsi: tornassi indietro rifarei tutto, errori compresi. Brutta cosa è avere dei rimpianti: ho sempre seguito la mia passione e ho lavorato con amore per raggiungere il risultato. Anche quando ero convinto di fare le scelte sbagliate ho fatto quelle giuste”.

Cambiamo argomento, che cosa è per Jury Chechi la solidarietà?

“Deve essere qualcosa di personale, da non sbandierare. A parole siamo bravi tutti ad aiutare: io preferisco non parlarne. Aiutare chi ha bisogno è un gesto bellissimo e ne parli solo se la tua testimonianza può aiutare a migliorare la causa. Hanno provato ad usare la mia immagine in passato, con obiettivi poco chiari e ora di certo aiuto solo chi so che ha uno scopo definito. Sono testimonial della giornata nazionale del Parkinson, per la LIMPE: quella è una esperienza molto forte, perché parliamo di una malattia veramente terribile. Poi ho messo all’asta i miei trofei per una palestra dalle mie parti che stava chiudendo”.

Hai donato per beneficienza le tue coppe e anche le medaglie olimpiche?

“No, le mie medaglie non le cederei mai: ci sono poche cose non comprabili nella vita, pochissime. Tra queste Jury Chechi mette la dignità e le medaglie olimpiche”.

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