Come le giornaliste vedono la dermocosmesi in farmacia: parola ad Antonella Grua
Oggi voglio riportare una parte della prefazione al libro ‘Reparto dermocosmetico: guida all’uso’, scritta dalla giornalista e mia cara amica Antonella Grua. Lei si occupa di beauty per riviste del gruppo Hearst Magazines (Gioia per intenderci). E per il nostro libro ha voluto dare una chiave di lettura da ‘esterna’ al mondo della farmacia ma da ‘interna’ al mondo della bellezza e della cosmesi. Interessante ma…giudicate voi:
Essere belli oggi è un diritto, ma sotto certi aspetti anche un dovere. Nella società mediatica in cui viviamo, i modelli estetici divulgati da tv, riviste e internet si infilano spesso nelle pieghe delle nostre insicurezze, obbligandoci ad aspirare a un’idea di bellezza condivisa. Non solo. La cultura della prevenzione, sempre più diffusa, sta alimentando una crescente domanda di benessere: lo star bene come espressione interiore di rigenerazione e autogratificazione, In altre parole, la cura di sé, e in particolare della pelle, è oramai entrata a tutti gli effetti nel paniere dei bisogni primari: se fino a qualche decennio fa, l’acquisto di una crema idratante era ancora considerato voluttuario, oggi è tanto necessario quanto il dentifricio. Un must. Questa beauty attitude collettiva, ormai acquisita tra le donne ma in crescita anche nel pubblico maschile, ha aperto nuovi scenari, creando un’offerta a dir poco abbondante di marche e prodotti, sempre più mirati, e una varietà di “destinazioni”, più o meno tradizionali, dove andare ad acquistarli: profumerie, centri estetici, erboristerie, monomarca, supermercati, siti e-commerce. E farmacie, naturalmente. Ma, a questo punto, la domanda è: come si orientano i consumatori, come scelgono il loro canale di vendita? Posto che ormai la fedeltà verso un preciso luogo d’acquisto è sempre più rara, ci sono due “attrattori” chiave, a mio avviso, capaci di fare la differenza: la fiducia e… il naso. Proprio perché il prodotto cosmetico – o meglio dermocosmetico, un termine più proprio perché ne attenua il vissuto meramente decorativo dell’etimo greco “kosmeo”, che significa appunto decorare – entra a contatto e interagisce con la pelle, è indubbio che rientri tra gli acquisti più intimi e delicati, carichi di aspettative. Per questo, nel luogo di vendita, chi entra deve trovare una buona scelta di prodotti sì, ma soprattutto predisposizione all’ascolto e competenza: ai consigli degli addetti deve poter credere. Se il cliente, oggi sempre più informato, decide di fidarsi e affidarsi, perché sente che chi ha davanti è preparato e interessato, il link della relazione è attivo e promettente (ma non basta).La farmacia, in questa prospettiva, ha un tangibile vantaggio: il camice, ovvero l’uniforme della competenza, e quindi l’implicita garanzia per il cliente di ricevere suggerimenti etici e professionali e poter accedere a prodotti sicuri e performanti. Ma ha anche un punto debole: il naso, appunto. Cosa intendo? L’ambiente “tecnico-medicale” delle farmacie tradizionali in effetti non sempre si sposa con quel desiderio di positiva sensorialità che oggi fa rima con la dimensione del benessere. E che si materializza spesso con atmosfere accoglienti, design accurato, luci avvolgenti, profumazioni piacevoli che personalizzano l’ambiente. Ma, su questo fronte, le soluzioni sono a portata di mano. Retail is detail, dicono gli esperti: la vendita si gioca anche sui dettagli. Si può quindi puntare su singoli elementi – dal colore all’illuminazione, dai servizi wellness ai percorsi interni – per reinterpretare l’immagine della farmacia e trasformarla da luogo della salute a vero tempio del benessere a 360°. Dove, oltre alla soluzione del problema, il cliente può appagare i suoi bisogni in fatto di prevenzione (penso al comparto degli integratori alimentari) e cura della sfera psico-fisica. La farmacia come wellness destination, un habitat avvolgente che coniughi positività e performance. Solleticando i sensi, naso incluso. E in Italia, di esempi ne esistono già. (Antonella Grua)

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